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riprese in barca

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Paga 120 euro e difendi la libertà di stampa

In questi giorni, a me come a tutti i miei colleghi giornalisti, è arrivata la solita lettera che sempre arriva nel mese di gennaio. L’Ordine dei Giornalisti ci chiede di pagare la quota annuale. Importo: 120 euro. Aumentata di 10 euro anche rispetto a un anno fa. La lettera ci fa sapere che l’aumento è dovuto al fatto che il Consiglio Nazionale ha deciso “di venire incontro soprattutto agli Ordini più piccoli”. Credo si tratti di alcuni ordini regionali.

E che, non gliela vogliamo dare una mano agli ordini più piccoli? Certo che sì. In fondo, farei questo e molto altro per aver tra le mani l’adesivo da appiccicare al parabrezza dell’auto più il bollino con scritto “2012” (e ogni anno è di un colore diverso!), per non parlare della libertà di stampa, che se non versiamo i 120 euro fa una finaccia. E noi non lo vogliamo.

Ma come direbbe la signora alla fermata dell’autobus, “non è per i soldi, è per il principio”. Perché questi 120 euro vengono tolti a tutti i giornalisti, senza distinguere tra precari, precari morti di fame a 400-500 euro al mese, precari in ascesa, precari eterni a 40 anni, freelance benestanti, freelance poverelli da 1000 euro al mese, redattori, capiredattori da 3-4000 euro al mese. Per non parlare di direttori, inviati e corrispondenti che vivono in una dimensione parallela, totalmente aliena alla maggior parte degli iscritti.

Vite professionali e, soprattutto, tenori di vita agli antipodi. Tutti diamo il nostro identico contributo all’Ordine. Per qualcuno è un piacere, per altri è un leggero prurito. Per tanti altri, è una mazzata. E ora ditemi perché non dovrei tifare per Mario Monti, perché finalmente prevalga sulla casta di cui faccio parte. Sono un traditore?

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15 ottobre di fuoco: tutta colpa dei bimbiminkia

Indignati a roma, black blocAlcuni pensieri sciolti sulla guerra a cui abbiamo assistito a Roma prima di mettermi a letto e placare l’emicrania causata da 4 ore in balìa dei lacrimogeni.

  1. Si sta parlando molto dell’assenza di un servizio d’ordine interno ai manifestanti. Probabilmente è vero: è stato un punto debole. Non si chiamano in piazza decine di migliaia di persone senza almeno abbozzare una forma di auto-disciplina. Il massimo che ho visto erano catene di 6-7 persone che tentavano (peraltro inutilmente) di dare forma all’immenso corteo, quando la manifestazione era ancora a piazza della Repubblica. Ma il servizio d’ordine avrebbe impedito a 3-400 scatenati di mettere a ferro e fuoco piazza San Giovanni? Chi ci crede? Ricordo che questa gente è riuscita a tenere il controllo di San Giovanni per un’ora, respingendo cariche fatte con i blindati.

  2. Un altro argomento di discussione in queste ore: la Polizia era totalmente assente nel corso della prima ora e mezza di devastazioni. Premetto che, secondo me, il prefetto di Roma ha le sue pesanti responsabilità. Ma se la Polizia avesse seguito passo passo il corteo dal primo all’ultimo metro, non si sarebbe parlato di militarizzazione della piazza? Faccio presente che per molti, la sola presenza degli elicotteri a sorvegliare il corteo era “una provocazione”. Sentito con le mie orecchie.

  3. Alcuni dei bimbinkia incappucciati si producevano in un’azione interessante: posavano dei pezzi di diavolina (quella che si usa per i barbecue per intenderci) sulle gomme anteriori delle auto e davano fuoco. Bastava aspettare pochi minuti perché le fiamme raggiungessero il motore. Eddai, chi di voi non ha mai portato un po’ di diavolina in tasca durante una manifestazione?

  4. Chi controlla la città deve anche dare un’occhiata al web. Prima, non dopo. E saper cogliere segnali come questo: http://italy.indymedia.org/node/864. Riporto solo una frase, il resto gustatevelo con calma. “Se ci accoppano dei compagni non paralizziamoci, non diamo in isterismi ma rispondiamo colpo su colpo!”.

  5. Vedere gli indignati – quelli veri – che cercavano di cacciare i violenti è stato quasi commovente. Ma al contempo è stato triste notare come, tra i due litiganti, quello con il sampietrino in mano vince. I manifestanti pacifici si limitavano a insultare. I bimbiminkia incappucciati tiravano bottigliate. O minacciavano di farlo. E io tendevo a credergli.

  6. A quanto mi risulta, tra le manifestazioni del 15 ottobre in giro per il mondo, quella di Roma era di gran lunga la più numerosa e partecipata. Violenze a parte, c’era tantissima gente, più di Londra, New York, persino più di Madrid, che ha “inventato” gli indignados. Cosa significa? La parola ai sociologi.

  7. Tra i bimbiminkia incappucciati si parlavano diversi accenti. Romano, toscano, veneto, campano. Ogni movimento di protesta ha il suo mini-blocco di imbecilli. Quando tanti mini-blocchi fanno massa, il risultato è esplosivo. È successo anche il 14 dicembre scorso. Perché in Italia, più che in altri paesi, i movimenti antagonisti diventano ostaggio di minoranze violente? Domanda da 1 miliardo di euro. Chi vince diventa governatore della Banca d’Italia.

    8. Tanto per intenderci, non è stato bruciato solo il blindati dei carabinieri. Sono stati spaccati: distributori di benzina; ingressi di parrocchie; vetrine di gioielleria; vetrine di banche; tante banche; vetrine di agenzie interinali (Manpower); ex caserme; sedi di partito (quella del Pdl a via Etruria); semafori; segnali stradali; cassonetti bruciati a decine; automobili di poveri cristi.

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Non si dice, ma il caporalato è reato

Più volte mi sono occupato di caporalato, sfruttamento e lavoro nero. Stavolta sono tornato sul tema con un buona notizia. Finalmente, questa pratica odiosa verrà considerata come un reato penale. E i capetti che ogni giorno selezionano manodopera in nero in tutta Italia rischieranno il carcere. 

Perché il nostro paese possa combattere ad armi pari la piaga del caporalato, però, serve ancora uno sforzo: dare più risorse agli ispettori del lavoro. Ecco cosa ho scritto per Linkiesta.

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Le strane dimissioni del commissario Alitalia

alitaliaRi-pubblico l’articolo che ho scritto per l’Espresso a proposito di Alitalia. Per i più pigri, ecco cosa c’è di nuovo:

- La Procura di Roma porterà a processo due ex amministratori delegati dell’azienda (Cimoli e Mengozzi) con l’accusa di bancarotta. In breve, il sospetto è che i due abbiano mal gestito i soldi (pubblici) della compagnia aerea portandola al collasso.

- Augusto Fantozzi, l’uomo incaricato di dare l’eutanasia alla vecchia e morente Alitalia, si è dimesso dopo che il Governo ha deciso di affiancargli due commissari extra.

- Un’associazione di ex lavoratori del trasporto aereo (Anelta) ha deciso di indire una class action contro il Governo per il modo con cui è stato gestito il passaggio dalla vecchia Alitalia alla nuova Cai. Secondo Anelta sono state violate molte leggi, italiane ed europee.

Ecco l’articolo. (Per leggerlo sul sito dell’Espresso).


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Sul web siamo in guerra

Per chi passa parecchio tempo sul web - o ci lavora come me - credo sia molto appassionante la guerra che si sta scatenando tra gruppi di hacker organizzati e polizia informatica di mezzo mondo. Entità come Anonymous e LulzSec stanno attaccando quasi quotidianamente i siti e i server di aziende, istituzioni e multinazionali dai nomi pesantissimi.

Solo per citare la bravata della scorsa settimana: è stato hackerato il server della Nato e diversi file segreti sono stati trafugati. Roba che, se fosse successo durante la Guerra Fredda, sarebbe forse scoppiata la Terza Guerra Mondiale…

L’ultima, però, è una delle più divertenti e inquietanti al tempo stesso. E’ stata bucata la rete di sicurezza del Centro nazionale anticrimine informatico italiano. Come se la Banda Bassotti svaligiasse il commissariato di zona. Alcuni file rubati sono stati già resi pubblici e anche se finora non è uscito nulla di troppo interessante, gli hacker promettono di rilasciare a breve documenti roventi. Al di là della colossale figura da cioccolatai che hanno fatto i nostri poliziotti informatici, l’aspetto più interessante della vicenda è proprio quello delle informazioni rubate.

Quante, ma soprattutto quali? E’ giusto diffonderle? Ed è corretto per un giornalista riprenderle e ri-pubblicarle?  Certo, siamo molto lontani dal metodo Wikileaks, dove la fonte è lo stesso membro del governo/società/istituzione. Qui si parla di hackeraggio vero e proprio. E al contrario di Wikileaks, qui non c’è alcun controllo pre-pubblicazione. Nomi, numeri di telefono, informazioni rilevanti e irrilevanti: viene spiattellato tutto così come è stato trovato.

Rimane il fatto che, se l’informazione è rilevante, un giornalista non può non pubblicarla. Anche se è stata diffusa da un hacker in modo truffaldino. Visto che con il passare del tempo l’informazione “ufficiale” si sta pericolosamente facendo sempre più largo, la speranza è che da queste scorribande inizi a uscire qualcosa di davvero interessante, magari lo spunto per nuove inchieste giornalistiche.

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Il potere italiano su Twitter

In questi giorni mi sono divertito ad andare a caccia di ministri, parlamentari e sindaci su Twitter per l’Espresso. E’ stato un viaggio interessante -  a tratti un po’ comico - che vi invito a leggere. Menzione d’onore per chi ha creato l’account fake di La Russa e Berlusconi. Soprattutto su La Russa ci ero quasi cascato.

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Gli Usa chiamano e la Spagna risponde

Chi sostiene che le rivelazioni di Wikileaks non hanno aggiunto nulla di quanto già non sapessimo sul mondo, dovrebbe forse leggere questo articolo. La Spagna ha approvato una legge molto restrittiva contro i siti che violano qualsiasi contenuto protetto da copyright.

E il motivo per cui il Parlamento spagnolo ha approvato con “percentuali bulgare”, direbbe Aldo Biscardi) la famigerata “ley Sinde” è da ricercare proprio nei cablo di Wikileaks. Gli Usa hanno fatto moltissima pressione - almeno dal 2004 - perché gli utenti spagnoli la smettessero di scaricare i film di Hollywood e le canzoni di Spingsteen, Metallica, Lady Gaga e compagnia cantando.

Ne ho parlato per Linkiesta.it 

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Il Grande Fratello di Julian Assange

Pubblicato per Linkiesta.it

Una cavigliera elettronica per registrare ogni spostamento, tre antenne Gps dentro casa più altre telecamere nelle vie circostanti. Tutto collegato con la stazione di polizia di Norfolk, Inghilterra. Il sorvegliato speciale è Julian Assange, il fondatore di Wikileaks che dal 7 dicembre dopo dieci giorni di carcere in regime di isolamento è agli arresti domiciliari. Totale: sei mesi senza libertà. “E senza un’accusa”, denuncia il sito web swedenversusassange.com, aperto proprio per ricordare a tutti il mezzo anno di detenzione di Assange.

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Ciao, Direttore

Ieri è morto l’ex direttore della scuola di giornalismo di Urbino, Giovanni Mantovani. E’ stato il mio direttore per due anni, dal 2006 al 2008. Mi ha insegnato tanto su questo mestiere, con i suoi consigli ma prima ancora con il suo atteggiamento. Onesto sempre, fermo su principi che non negoziava. Perché ci credeva davvero.

Lascio però che a ricordare Giovanni Mantovani sia un altro mio maestro, Vittorio Roidi, che sul sito Giornalismo e Democrazia, fondato proprio insieme all’ex direttore, scrive:

E’ morto Giovanni Mantovani. Aveva 72 anni. Ha lottato con tutte le sue forze contro il male, ma non ce l’ha fatta. Era nato ad Ancona e viveva a Jesi.

Aveva incominciato come vicedirettore della Rivista di studi politici Civitas. In seguito ha lavorato soprattutto in Rai, dapprima al Giornale Radio e al Gr1, poi al Tg2 e al Tg3 come inviato speciale, caporedattore e infine vicedirettore. Si è occupato prevalentemente di politica ed economia internazionale. Dal 1986 è stato responsabile degli speciali e  delle Rubriche del Tg3; poi responsabile e coautore, con Michele Santoro, di Samarcanda. Nel 1989 ha coordinato un ampio réportage sull’Urss in trasformazione. L’anno successivo sulla Cina dopo Tien An Men. Nel 1991 ha ideato e condotto In, prima trasmissione tv dedicata all’economia. Nel 1994 si è dimesso dalla Rai.

Dal 1993 Mantovani ha insegnato alla Scuola di giornalismo di Urbino. Dal 2002 al 2008 ne è stato direttore. Agli studenti ha dedicato la sua professionalità, la sua energia, la sua umanità.
Uno spirito indipendente, un uomo retto, colto, che fino all’ultimo ha continuato a studiare e che ha sempre creduto nell’importanza di un giornalismo libero, al servizio della collettività. Insieme con altri amici era stato uno dei più entusiasti nel momento in cui partecipò all’ideazione dell’associazione “Giornalismo e democrazia”. Fra i suoi libri, era affezionato in particolare a “Gli eredi di De Gasperi” e alla “Antica bottega informazione”, dedicata ai segreti della scrittura giornalistica. Ma era stato anche presidente dell’Orchestra filarmonica marchigiana.

Scompare una bella persona e un amico. Purtroppo, non si può fare altro che chinare la testa. 

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Open Data, primi vagiti italiani

Siccome le buone notizie vanno subito diffuse, segnalo un progetto molto importante legato alla trasparenza dei bilanci delle nostre amministrazioni locali.

Ne ha parlato Repubblica, e anche il Guardian ha dedicato un post sul suo celebre sito dedicato al data journalism

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